2005 – CASOLI PINTA NEL SEGNO DEI VALORI ESTETICI
di Leo Strozzieri

Convinto che una rassegna di arti visive debba documentare sebbene in modo sommario le varie linee di ricerca che si propongono al presente nel nostro paese, ma altrettanto convinto che l’arte mai debba abiurare ai valori estetici, insieme al collega Giorgio Seveso si è pensato di proporre per questa seconda edizione della Biennale nazionale di pittura murale “Casoli pinta”, magistralmente organizzata dall’associazione culturale “Castellum Vetus” presieduta da Domenico Felicione, artisti (alcuni già storicizzati) che pur nei più disparati indirizzi linguistici abbiano ancora una inequivocabile identità umanistica da salvaguardare e direi da recuperare, visto il vorticare di sperimentalismi di maniera sostenuti per motivi non certo nobili da critici e riviste asserviti a mercanti d’arte. Basti pensare all’ultima Biennale di Venezia trasformatasi, salvo rari casi, in mappa del nulla estetico e in apologia della contaminazione dei linguaggi. C’è da chiedersi cosa ci sia da dire dopo Duchamp nell’arte. Ovviamente la rassegna veneziana per il suo prestigio acquisito in ormai un secolo di storia, soprattutto quando ad esporre erano i veri talenti acclarati dell’arte mondiale, è diventata paradigma di tante mostre localistiche (cito per tutti, perché allestito in Abruzzo, il Premio Michetti di quest’anno) che si adeguano a questa che io definirei una burla dell’arte. Ma veniamo all’analisi sommaria delle opere degli artisti da me segnalati a cominciare dalla triade abruzzese Falconi, Memmo, Picini che nel campo della pittura iconica hanno scritto pagine determinanti. La luce, lo splendore, le trasparenze, le atmosfere, l’intensissima spiritualità delle figure femminili di Gigino Falconi, anche quando esibiscono l’opulente bellezza del loro corpo, rappresentano una preziosa opportunità per esternare un repertorio pittorico di accentuata purezza in grado di attuare quel processo di smaterializzazione della donna proprio di una concezione stilnovistica. Però l’apologia dello spirito in lui si riveste di modernità allorché si evince da quelle figure una certa inquietudine ed una esistenziale melanconia e viene posto in essere una dialettica luce-tenebra, assai scenografica e di alto impatto visivo. Drammatici e incombenti i suoi neri profondi che attraverso l’eclissi di ogni apertura spaziale accentua vieppiù l’irruzione della luce e le relative esplosioni cromatiche. Alla dialettica fortemente evocativa del dramma fa ricorso anche Gaetano Memmo, soprattutto nella produzione pittorica recente. Di solida formazione iconica, la sua ricerca si giova altresì dell’esperienza linguistica della poetica informale praticata non marginalmente agli esordi della sua carriera. Sempre comunque dai lineamenti segnici e materici dell’informe, così come dalle tetre stesure cromatiche di questi ultimi lavori, zampilla una figurazione dalle eleganti qualità formali, nel mentre una confidenza assoluta con il segno sempre formativo dell’immagine gli permette di documentare con estrema facilità la realtà circostante. Una identificazione strettamente sociale caratterizza invece la pittura di Italo Picini; egli, attraverso personaggi che hanno una rara fragranza di genuinità, è riuscito in modo mirabile più che altri suoi colleghi che pur godono di assoluta notorietà (si pensi ai vari Guttuso, Vespignani, Calabria,ecc.), a dare voce a chi per assurdo destino non viene riconosciuto il diritto di parola, costituendosi così paladino degli ultimi, dei diseredati, degli emarginati che non fanno la storia, ma che dalle vicende della storia sono travolti. L’imperativo che lo spinge a farsi portavoce degli umili è frutto di una visione etica del fare arte che sempre ha accompagnato il maestro sulmonese che io considero una delle voci più autentiche nel panorama artistico italiano del dopoguerra. L’autore si sente partecipe dei problemi dei suoi personaggi, donne popolane, giovani in cerca di un onesto lavoro, uomini assuefatti alla sofferenza e agli stenti, bimbi dal sorriso mancante; partecipazione che estrinseca a livello pittorico attraverso un cromatismo severo, antigrazioso, quaresimale, giocato sulle tonalità suggestive dei grigi, metafora del grigiore di una quotidianità monotona priva di qualsivoglia uscita di sicurezza. Altro artista abruzzese da me segnalato come doveroso riconoscimento alla ricerca della regione ove si tiene la biennale è Ettore Le Donne, componente del Movimento Iperspazialista insieme a Luisa Bergamini, Alessandro Carlini, Maria Pia Daidone, Andrea Damiani, Cesare lezzi, Giuseppe Masciarelli, Alessandro Perinelli, Antonio Paciocco. La sua pittura ha una titolarità geometrica con frequenti incursioni nell’optical art; egli da qualche hanno porta avanti con un bel ciclo pittorico la tematica del “bunker” inteso come luogo di rifugio atto a salvaguardare la memoria degli uomini di cultura e di scienza il cui messaggio va tramandato ai posteri. In definitiva un atto di amore il suo e di riconoscenza verso chi ha speso se stesso per il bene dell’umanità. E a proposito di amore, va ricordato che Le Donne è stato di recente uno degli ideatori del “Manifesto dell’amore iperspazialista” firmato da numerosi artisti italiani e ufficializzato con la sua pubblicazione sul quotidiano “Abruzzo Oggi” il 4 novembre 2005. Il fascino della geometria è stato rilevante anche su altri artisti presenti in mostra, come Sguanci, Palumbo, Marazzi e la stessa Donati. Nel caso di Loreno Sguanci essenziale è l’aspetto logico con cui sono strutturate le trame compositive dotate di un lirismo di sapore rinascimentale dovuto alla sua nascita e formazione fiorentina. Sguanci è scultore di raffinata eleganza. Le sue “Tavole dei segni” costituisco-no un raro esempio di rigore geometrico che però acquista un fascino tutto sommato ance-strale, quasi si trattasse di reperti d’una civiltà remota dalla calligrafica scrittura che non ha bisogno di interpretazione essendo prioritario l’aspetto estetico. Per quanto concerne Eduardo Palumbo, che all’ultima Quadriennale di Roma ha ottenuto una gratificante affermazione con una sua opera entrata nella collezione del Quirinale, le dinamiche compenetrazioni geometriche chiaramente indicano la sua ideale militanza entro l’aureo filone dell’esperienza futurista che trova anche oggi illustri prosecutori, come Umberto Mastroianni scomparso da qualche anno, Antonio Fiore in arte Ufagrà e l’aquilana Massimina Pesce. Tornando a Palumbo, codice della sua pittura oltre il dinamismo, è il binomio colore-luce, indubbiamente mediterraneo, esemplare per letizia, spiritualità e interiore equilibrio. Per lo più rettilinea e compenetrativa la geometria di Palumbo, mentre quella di Paolo Marazzi radicalmente curvilinea e pertanto cosmica. Massimo cultore europeo della tarsia marmorea, egli presenta in mostra un’opera decisamente aniconica con dei riferimenti figurali a dimostrazione che una sintesi tra le due linee di ricerca del ‘900 (astrazione-figurazione) è possibile. La geometria di Anna Donati invece presenta una connotazione musicale, trattandosi d’una vera orchestrazione di forme, toni, armonie, trasparenze. Le sue composizioni, strutturate con sapienza e impercettibile, infinitesimale cinetismo dal rigore scientifico, esibiscono una sua-dente spazialità imbevute come sono di luce spirituale e spiritualizzante. In mostra Donati presenta un’opera dialogica in virtù dell’abbraccio di elementi tubolari che pongono in essere un suo interesse per soluzioni pittoriche volumetriche. L’ausilio della musica le permette di dare un sigillo autobiografico all’intero suo corpus pittorico e plastico, che diventa diario dell’armonia interiore e dell’equilibrio mentale dell’autrice, personaggio di raffinata eleganza operativa. Il terreno operativo di altri tre artisti espositori (Amadio, Angiuoni, Ambrosone) è quello gestuale-informale con emblematiche apparizioni figurali atte a catturare le emotività dell’artista al cospetto della realtà che comunque resta fonte d’ispirazione. In Angiuoni, pittore e ceramista in grado di dispiegare un’eccellente vigoria segnica e materica, l’informe mai eclissa totalmente le evocazioni percettive di un vissuto quotidiano, intendendo con questo termine la contemplazione del mondo circostante e le relative implicanze psicologiche. La realtà è colta dal maestro campano nell’attimo del processo di sfaldamento dell’identità,corrispondente alla metamorfosi eraclidea, sicché egli si colloca in una posizione di frontiera tra apparizione e sparizione dell’icona: resta solo la materia che è sostanza delle cose. Stessa operazione del corregionale Augusto Ambrosone che talora si spinge alla soglia di quell’ultimo naturalismo teorizzato dal compianto Francesco Arcangeli. In lui la fascinazione delle cose è frutto della sua grande capacità evocativa, nonché del robusto e incisivo impianto cromatico.Il colore appare malleabile ed orchestrato e pur rispettando ben precisi moduli formali, spazia in assoluta libertà sulla superficie a riprova della grande padronanza tecnica e linguistica. Soprattutto gestuale ed istintiva la ricerca pittorica del marchigiano Vittorio Amadio autore di un vastissimo ciclo grafico sul tema della maschera, che però qui presenta un’opera di idilliaca e rarefatta freschezza surreale, una sorta di fiaba al vento con personaggi stilizzati e in grado di elevarsi per la loro levità. Un piccolo esempio della capacità narrativa e indice di una visione sanfrancescana del mondo morente e bisognoso della linfa vitale della poesia. Al celestiale lirismo compositivo e cromatico di Amadio, fa riscontro la calligrafica pittura di Gaetano Carboni, la cui fantastica figurazione diventa musica liberamente strutturata nello spazio in una sinfonia di variazioni tonali ottenute con la tecnica puntinistica. Si percepiscono le vibrazioni dello spirito in Carboni cha da qualche anno denomina i suoi personaggi “profeti”, a significare proprio che recano al mondo un messaggio spirituale, essendo essi metafore di un regno della verità a cui ogni essere terreno dovrebbe prestare attenzione. Ho sempre ritenuto che la pittura, ma l’arte in genere deve essere nutrimento dello spirito, una sorta di respiro per l’anima; francamente non ho mai trovato, al di là della valenza pura-mente estetica che è notevole, un artista del nostro tempo che al pari del maestro ascolano sappia assolvere a questa missione soteriologica e catartica. La vocazione dell’uomo è quella di aspirare attraverso l’ascesi e l’estasi al regno della luce: questa la tesi dell’iter artistico di Carboni caratterizzato dalla levità di creature fantastiche che mai risultano disposte al compromesso con la terra, lievitanti come sono verso spazi siderali incontaminati. Se Carboni fa leva sul segno, Maria Cristiana Fioretti è più prossima al fascino del colore. Docente all’Accademia di Brera a Milano proprio di cromatologia che la vede tra le massime autorità in campo nazionale, Fioretti presenta a questa biennale un lavoro in sintonia con la sua specializzazione, dal titolo emblematico “Vibrazioni in viola e giallo”. Scandagliando in modo assolutamente originale le potenzialità cinetiche del colore secondo le leggi della cromatologia, vengono messe in luce con finalità estetiche e talora strutturali la componente ottica, quella psicologica del colore nonché la relativa connessione simbolica giocata sulle polarità bianco-nero, caldo-freddo, centrifugo-centripeto. Tre artisti di eccezionale valenza estetica sono Pino Procopio, Lino Carraretto e Alessandro Tofanelli. Procopio con una fantasia sfrenata ed una sensibilità coloristica da favola riesce ad allestire scene di forte impatto satirico. In esse c’è il disincanto di chi abbia con saggezza riflettuto sul senso della vita, per cui le immagini non sono puerili ma estremamente profonde nei pensieri. La pittura del maestro calabrese trova una entusiastica accoglienza di pubblico e di critica anche perché tesse l’apologia dei valori estetici. Un elemento questo che accomuna anche Carraretto le cui visioni paesaggistiche sono da serena Bisanzio in perfetta sintonia con la spiritualità della nostra cultura rinascimentale. In lui c’è una purezza luministica che diventa emblema della sua armonia interiore, essendo egli un personaggio davvero eccezionale per calore umano. Quanto a Tofanelli possiamo rilevare come le scene paesaggistiche siano in perfetta linea con il principio che il vero uccide l’arte. Infatti nel suo caso vengono proposte sulla tela le risonanze interiori che la visione delle cose suscita in lui e non certamente l’a-spetto fenomenico. Basti pensare alla luce misteriosa che avvolge le composizioni, struttura-te secondo una logica ferrea, a dimostrazione dell’intervento del soggetto sugli oggetti raffigurati. A chiudere questo breve intervento critico sugli artisti da me segnalati per questa biennale, da ritenere iniziativa davvero singolare in quanto mirata ad accrescere il patrimonio muralistico di Casoli di Atri, un’artista pugliese, Martina Roberto, autrice nel 2002 di una “Promenade” pittorico-musicale che ebbe risonanza nazionale. Tale performance, di cui è testimonianza l’opera esposta, grazie ad un’anamnesi informale segnico-gestuale, è tutta giocata sulle fluenti articolazioni simboliche, ove attraverso l’aliquid videtur, aliquid intelligitur agostiniano, l’artista approda alla tesi definitiva che in sintesi potrebbe così riassumersi: “L’arte è“.